Samassi


SamassiSamassi è situato a circa 36 Km a nord da Cagliari e controlla un territorio che si estende per 42 Kmq sul lembo orientale della Fossa del Campidano.
Il corso del Flumini Mannu solca obliquamente il paesaggio piano o leggermente ondulato dell’agro di Samassi, la cui natura alluvionale ha dato luogo a suoli fertili capaci di accogliere una molteplice gamma di colture.

Tuttavia la vicinanza al fiume ed il conseguente pericolo di inondazioni ha condizionato la localizzazione e la forma dell’abitato di Samassi: a differenza degli altri paesi del Campidano di Cagliari, ha una giacitura collinare, si allunga secondo l’asse nord-sud e si orienta verso ovest tenendo sotto controllo il Mannu e il regime torrentizio delle sue piene.
L’insediamento umano sul territorio samassese è sicuramente molto antico, i reperti archeologici ritrovati testimoniano lo stanziamento di popolazioni già in età prenuragica, quindi anteriore al 2000 a.C..

La civiltà antica che ha lasciato più segni sul territorio, qui come in tutta la pianura sarda e nei luoghi accessibili del settentrione dell’isola, è senz’altro quella romana; i ritrovamenti archeologici attestano un controllo capillare della vallata, dove di certo più di un Vicus era stato posto a presidio. Una così fitta antropizzazione romana conferma un’attitudine prettamente agricola dei suoli, che già prima dei Romani, altre popoli hanno potuto sfruttare, come i Cartiginesi e forse, ancora prima, i Fenici.

Del periodo cartaginese sono rimaste poche tracce, di quello fenicio nessuna, se non l’origine etimologica del nome "Samassi" che, secondo lo Spano deriverebbe appunto, dal termine fenicio Semec (Città del Sole).

Nel 455 d.C., in seguito all’invasione barbarica, si chiude la lunga parentesi della romanizzazione della Sardegna.

Nonostante il passaggio nell’isola delle popolazioni vandaliche sia stato fugace e limitato prevalentemente alle zone costiere e dell’immediato entroterra, si trovano a Samassi importanti ritrovamenti di questo periodo: nel 1982, in seguito al restauro e al consolidamento strutturale della chiesa di San Geminiano, è stata riportata alla luce una necropoli vandalica, costituita da tombe a camera appartenute a ceti abbienti, e una fossa comune destinata ai ceti più poveri.Samassi - Biblioteca Comunale

In epoca giudicale, dopo un lungo periodo di apparente abbandono, si assiste ad una lenta riappropriazione di territori marginali, ricalcando la matrice insediativa romana. Insieme al villaggio accorpato, con le sue pertinenze territoriali, nascono donnicalie, casali, e una serie di microcentri regolati da una complessa gerarchia. Nel territorio samassese, oltre appunto al villaggio di Samassi, che forse costituiva il centro più popolato e con un sistema insediativo più antico e continuo nel tempo, esistevano almeno altri tre villaggi: Santa Lucia, a nord-ovest di Samassi, Sant’Anna a settentrione, Baralla nella stessa direzione ma a una distanza doppia della prima.

La particolare morfologia urbana dell’antico villaggio è ben documentata dalla cartografia del La Marmora degli inizi del 1800, nella quale viene registrata la trama essenziale dell’abitato. Il territorio all’intorno è costituito da uno spazio poco antropizzato, dove l’insediamento umano è concentrato in nuclei compatti, posti a presidio di un territorio vasto e privo di poli "emergenti". Pochi dunque i segni significativi: quelli artificiali (il centro abitato, la vecchia strada per Cagliari, le strade vicinali che conducono a Villacidro, Serrenti e Sanluri) e quelli naturali (il fiume Mannu, le aree paludose, le zìrvas’-aie frapposte tra l’abitato e il fiume- ed i salti di Sa Mandra e di Pardu de Siddu destinati al pascolo) concorrono egualmente a rafforzare il carattere storico del luogo.

Studiando l’evoluzione del centro abitato attraverso il confronto fra le cartografie storiche a disposizione, si può osservare che sino agli anni intorno al 1940 non si è avuta una sostanziale variazione del perimetro dell’edificato. Ciò si spiega da un lato con la riluttanza ad erodere il patrimonio fondiario, unico mezzo di sussistenza, e dall’altro con la continua frantumazione delle unità domestiche dovuta alla suddivisione ugualitaria del patrimonio. Il riuso dell’esistente era prassi diffusa; ogni aggiunta avveniva all’interno del lotto già edificato e portava al suo intasamento ed al raddoppio in altezza.

L’uso conservativo del suolo e del patrimonio edilizio tramonta tuttavia nel decennio tra il 1950 ed il 1960 in coincidenza con l’introduzione e l’affermarsi delle nuove pratiche colturali. Si assiste qui, come altrove, alla lenta, ma inarrestabile occupazione delle aie e degli orti periurbani che, venendo rapidamente urbanizzati, determinano una crescita a "macchia d’olio" che fa perdere compattezza e identità al paese.

Il centro storico, luogo in cui si conservano i segni della cultura materiale tradizionale, viene progressivamente inglobato all’interno dei nuovi margini dell’abitato, la cui espansione contribuisce irrimediabilmente a trasformarne la caratteristica forma allungata, in una meno definita e più anonima perché priva di qualunque relazione con il territorio e con l’antico costume edilizio.